
Ieri pomeriggio, 8 luglio 2008, si è tenuta la presentazione del libro “Lui era mio papà” scritto da Stefano Re Cecconi con il prezioso ausilio di Sandro Di Loreto e la prefazione di Walter Veltroni, edito dalla Reality Books. Non è questa l’occasione per parlare della Lazio, ma di altro: di passione, dei tempi che sono trascorsi con mutamenti drammatici, non sempre positivi. Alla libreria Dehoniana di Via della Conciliazione, a Roma, si è andati oltre la presentazione di un bellissimo libro. Si è parlato di giovani che muoiono in modo assurdo e che rimarranno giovani per sempre. Si è parlato di momenti di vita trascorsi assieme, nello spogliatoio, nella quotidianità al di fuori del calcio. Impossibile non provare un brivido mentre Mauro Mazza, Guido De Angelis, Felice Pulici, Pino Capua, Stefano Re Cecconi, Sandro Di Loreto, Toni Malco, Gianni Elsner raccontavano da differenti e personali prospettive la storia di questo angelo biondo che solcava il campo assieme ai compagni, infiammando i cuori e animando le speranze, e che poi è scomparso d’improvviso. Forse in poche occasioni laziali è stato possibile riunire nuovamente tutte quelle persone attorno a un ricordo, a un esempio, a una celebrazione. Attorno a una passione che oggi non è più la stessa. Perché ieri si è parlato di una passione e di un calcio che non c’è più e che il libro di Stefano, ricordando il papà, fa rivivere con una forte emozione. Oggi tifosi, mass-mediologi, giornalisti sono diventati tutti esperti di tecnica, di moduli, di borsa, di contratti, di regole, di comunicazione e di pettegolezzi. Niente di male, peccato che tutte queste informazioni tecniche abbiano tolto il posto alla passione. C’è stata una vera e propria invasione di campo! Perché ieri, tutta quella gente riunita non celebrava soltanto la morte assurda di un ragazzo di 28 anni, campione in campo e giusto nella vita, ma soprattutto una passione, un modo di vivere le cose che oggi, per vari motivi, è andato perduto. Perché prima essere tifosi significava stare assieme per qualcosa a cui si sentiva di appartenere: non c’era tracotanza, presunzione, contestazione come unico stile di vita. Non c’era la richiesta di campioni ad ogni costo, non c’era la richiesta della vittoria come unica ragione della passione. Si stava insieme per condividere un piacere, un dispiacere, un ideale. Si stava insieme per stare insieme, uniti da un simbolo o da una scusa. L’importante era stare insieme. C’era più ingenuità, più innocenza nel provare una passione. Oggi si tende a prendere le parti di qualcuno o di qualcosa, a diventare faziosi (che non è propriamente provare una passione) per sentirsi i migliori, i più forti o, peggio, per sentirsi tanti. Ma si è perduto il cuore: che non chiede, che vuole soltanto battere, e battere all'unisono con altri cuori. Questa anche è stata la perdita di Luciano Re Cecconi: per gli amici, per i tifosi della Lazio e gli appassionati di calcio, questa è stata la perdita, dopo ben 31 anni, del volto più sincero della passione, e del calcio in generale. I tempi cambiano, i costumi si trasformano. Ma quando si trasformano - fino a perdere di senso e diventare irriconoscibili - i modi e le ragioni dell’amore, che ragioni non ha, forse una riflessione ha un senso. Oggi non si ama più per l’amore in sé. Oggi, forse, non si ama.
Alessandro Staiti
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