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giovedì 13 marzo 2008

Un nuovo inizio

Come avrete potuto notare, l'ultimo aggiornamento del blog risale al 25 dicembre 2007. Non è un caso. Fino a quella data, Calcio in Rete è stato il naturale complemento dell'omonima trasmissione settimanale su una web radio. Ora l'avventura radiofonica è terminata e dunque questo blog assume una nuova veste, con nuovi intenti. Perché ora non riporteremo puntualmente quelle notizie sul campionato e le coppe che, tra l'altro, si possono leggere su svariati siti internet delle maggiori testate sportive nazionali. Da oggi Calcio in Rete accoglierà le riflessioni e i commenti miei, di Marco Zacchia e di Mauro Floritta Martorana (colleghi di conduzione in radio). Ovviamente, sono gradite proposte di contributi e commenti da chiunque sia interessato a "chiacchierare" di calcio in termini civili e scevri da ogni condizionamento.
Per quanto mi riguarda, vi segnalo la mia collaborazione con il mensile "Lazialità" di Guido De Angelis (sul numero di marzo un'interessante intervista a Massimo Piscedda, responsabile della nazionale italiana Under 20), e le mie apparizioni in qualità di ospite a "Lazialità in TV" su Teleroma 56 (sul satellite: GBR Sat Canale SKY 877) il Lunedì dalle ore 21.00 e a "Stadio" su MagicTv/La 8 (sul satellite: Sat 8 - Canale SKY 859) il giovedì dalle ore 22.15.
A presto, allora. E buon campionato a tutti.
Alessandro Staiti

mercoledì 26 dicembre 2007

Gerd Müller... e Pippo Inzaghi

Chi ha più di 40 anni non può non ricordarselo. Piccolotto, brevilineo, con una massa di capelli neri in testa, bruttino anzichenò. Faceva raggelare i difensori d'Europa e di mezzo mondo. Non incantava nessuno, non era un giocatore di calcio. Lo chiamavano Bomber der Nation (il cannoniere nazionale) e, vista la sua statura modesta, Kleines dickes Müller (il piccolo grasso Müller, forzando la declinazione dell’aggettivo). Faceva solo gol. E ne faceva tanti, al centro dell'attacco del Bayern di Monaco e della Nazionale tedesca, ambedue dirette dall'impeccabile bacchetta di "Kaiser" Franz Beckenbauer tra la fine dei '60 e la metà dei '70. Il re del gol, l'indiscussa volpe dell'area di rigore era solo lui, Gerd Müller. Fece tanti gol, tantissimi; belli nessuno. Non aveva il dono dell'estetica. L'importante era che il pallone entrasse dentro la rete, in ogni modo. E lui era sempre lì, preferibilmente nei 2 metri dell'area piccola, a dare come per caso la puntata, la-scivolata, la tibiata decisiva. Così, tanto per fare la differenza tra la vittoria e non, niente altro. Di lui ho tre ricordi, piccoli lampi come le sue realizzazioni. Nelle folle corrida dei supplementari dell’Azteca nel '70contro l'Italia, illuse il popolo teutonico con un gol degno di un fantasma. Lui, così bassotto (tedesco ovviamente) che fa materializzare il suo piede tre quelli di Burgnich per anticipare con la punta il retropassaggio ad Albertosi col pallone che si infila sotto la pancia del nostro portierone. Poi un goal segnato in notturna, non ricordo contro quale avversaria, era una partita che guardavo distrattamente, una battuta al volo dentro l'area, il pallone che si impenna in modo surreale a una quota fuori dalla logica per poi ripiombare giù solo per forza di gravita per infilarsi sotto la traversa, con il portiere rimasto lì come un manichino. Poi, a fine carriera, quando altri eroi più immaginifici si stavano affacciando di prepotenza sulla ribalta calcistica mondiale, quasi per caso come sempre, nella finale mondiale all'Olimpico di Monaco (il suo stadio) un intercetto in scivolata, sempre vicino all'area piccola e la Germania Ovest è World Champion per la seconda volta. Provaci ancora Crujiff, sarai più fortunato. Smise di giocare di lì a poco, con discrezione quasi invisibile, come quando appariva nell'area piccola, portando con sé ben stretto in pugno quel titolo; la volpe dell'area ai rigore, quello che aveva segnato più gol di tutti nelle competizioni europee. Martedì 4 dicembre 2007 quel titolo è passato a un altro grandissimo realizzatore italiano, così diverso nell'aspetto esteriore ma così simile nel modo di segnare. Oggi sorge un altro mito, da ora è Mega Pippo Inzaghi la nuova volpe dell'area di rigore sulla vetta d'Europa.
Mauro Floritta Martorana

Meglio la coppa... che la mortadella

Termina la fase a gironi della Champions League senza scosse né sorprese. Tutte (meno una) già qualificate, le italiane si concedono il lusso di partite senza pathos ma di buon contenuto tecnico. Il Milan, in largo anticipo causa grottesca trasferta giapponese (di questo aggettivo ho già reso conto durante uno dei miei interventi in radio) batte 1-0 il Celtic con l'unico scopo di regolare i conti dell'andata, a parte che chi ha colpa del suo mal... (vero Dida?). Buona prova generale comunque del Milan col quale toccherà fare i conti pure in campionato dalla ripresa post festiva. Una Roma con diverse riserve che sarebbero titolari altrove, gioca divertendo e divertendosi, in un Olimpico all'insegna del "volemose bene", contro il Manchester Utd. anch’esso in formato panchina: 1-1 di prammatica, buona tecnica, agonismo quanto basta e arrivederci forse a una eventuale finale. (La "partita" agonisticamente più intensa è stata comunque quella giocata prima nei dintorni dello stadio, con un bilancio di accoltellati decisamente a favore degli "sportivi" locali. Quando si dice la classe...). L'Inter, ormai bulimica di vittoria, se la prende anche col PSV e il solito Cruz timbra 1-0 gli olandesi senza un briciolo di compassione. Buon gioco e meccanismi che ormai vanno da soli. Unica nota stonata (anche se prevedibile)dal Bernabeu da parte di una Lazio che, ormai, la capacità di fare miracoli l'ha lasciata in estate a Bucarest. Perlomeno gli uomini di Rossi sono riusciti a non perdere completamente la testa e a evitare un'umiliante goleada. Di questi tempi, la banda Lotito deve accontentarsi anche di questo...
Comunque, a tutte le squadre che hanno superato il turno,i miei migliori auguri per la ripresa delle ostilità in primavera, a tutte quelle che non ce l'hanno fatta il mio augurio di poterci riprovare almeno in tempo utile per poterlo commentare su questa emittente prima dell'inevitabile rimbambimento senile.
Mauro Floritta Martorana

mercoledì 12 dicembre 2007

Se tifo... meglio che mi vaccino - 2

Riprendiamo da dove avevamo lasciato, dal transfert. Perché il nostro lato emozionale ne sente la necessità? La risposta è: perché è un meccanismo di sopravvivenza che ha le sue radici nella memoria cromosomica collettiva che detta comportamenti istintivi della nostra specie. Il primo grado di salvaguardia della nostra sopravvivenza è l'autodifesa. Prima della nostra persona, poi di ciò che serve alla nostra vita, quindi anche gli oggetti delle nostre scelte. L’uomo primitivo sceglieva un sentiero di caccia, una donna per riprodursi, doveva difenderli a costo della propria vita. Anche se non era la migliore scelta possibile, era la sua scelta: il suo io doveva sopravvivere con lui. Il secondo grado è la sopravvivenza collettiva. Il nostro antenato primitivo viveva in una comunità primitiva basata sulla sussistenza; le scelte collettive del gruppo facevano la differenza tra la vita e la morte. Non vi era spazio per una posizione individualista: o si condividevano le scelte del gruppo e si difendevano in maniera totale e acritica o si veniva emarginati e condannati a morire in solitudine. Tutto ciò per centinaia di migliaia di anni è stato alla base del successo della nostra specie. L'acculturazione autoimpostaci negli ultimi millenni non ha rimosso ciò che è impresso indelebilmente nella nostra memoria genetica. Fin qui tutto chiaro? Facciamo una scelta e la difendiamo in maniera totale e acritica in base al nostro io trasferito. Ci accostiamo spontaneamente a chi fa una scelta simile alla nostra per fare una comunità, e insieme la difendiamo in maniera totale e acritica da chi fa una scelta diversa, perché è il ricordo genetico della difesa delle nostre scelte di sopravvivenza da chi, altrettanto certo quanto noi di avere fatto le scelte più giuste possibili, voleva impadronirsi dei nostri averi. Una semplice questione di sopravvivenza. Ma c'è di più. Perché la scelta si fa così viscerale e totalizzante quando si tratta di sport di squadra fino al punto di usare la violenza per difenderla dall'invasione altrui? Qual è il denominatore comune della maggior parte degli sport di squadra, a parte colori sociali, bandiere, canzoni, ovvero ritualità tribale? Gli sport di squadra hanno per scopo principale l'inserimento di un piccolo oggetto rotondo in una cavità. Questo a cosa fa pensare se non alla strenua lotta degli spermatozoi per la fecondazione dell'ovulo ? Quindi, tirando le somme, fare il tifo per una squadra di calcio è, nella sua essenza, il risveglio del meccanismo di sopravvivenza più primitivo, la lotta per l'affermazione del proprio patrimonio genetico. È una scatola cinese: il gruppo rappresenta il mio io, la squadra rappresenta il gruppo, la squadra facendo gol - quindi fecondando l'ovulo - fa prevalere il patrimonio genetico del gruppo. Ovvero del mio, quindi io fecondo l'ovulo! Alla fine di tutta questa sudata vi prego, gentili lettori, pensate a queste mie riflessioni ogni volta che vi accingete a gioire per un successo della vostra squadra o a deprimervi per una sua disfatta. Pensando a bocce ferme: "Ma chi me lo fa fare?".
(2 - continua)
Mauro Floritta Martorana

martedì 4 dicembre 2007

Italiane in Coppa

È andato tutto come doveva andare nella 3 giorni di Coppe (Champions e Uefa) delle italiane. Ha vinto chi doveva vincere, si qualificherà chi si doveva qualificare, ha perso e non si qualificherà chi non doveva...
Si inizia il martedì con i turni più scontati. Le regine del campionato Inter e Roma sbrigano le formalità contro Fenerbahçe e Dinamo Kiev, insidie relative.
L'Inter soffre un tempo contro i turchi brasiliani di Zico, brillanti come nella partita d'andata; poi nella ripresa dice basta con il solito Cruz che trova un gol di petto, con un gol spot di “Ibraldinho” e per finire con il redivivo Jimenez, e tutti a casa.
La Roma temeva più l’eventuale arrivo degli orsi sul campo che la Dinamo Kiev, perché se le squadre dell'Est Europa in autunno sono uno spauracchio per l'inizio anticipato dei loro campionati, in inverno sono una benedizione visto che i tornei sono compensibilmente fermi. Più pathos nella partitella del giovedì, neanche il disturbo di prendere l'aereo, Panucci, Giuly, doppietta di un incontenibile Vucinic (chissà cosa ronza nel telefonino di Totti...)e in mezzo il gol bandiera di Bangoura, generosamente concesso dalla banda Spalletti.
Mercoledì il Milan apre con un gol spaziale di Pirlo poi, al solito,il Gerovital finisce l'effetto, tutti dormicchiano, si fanno mettere sotto dai portoghesi del Benfica condotti per mano dal simpatico ex Rui Costa e Maxi Rodriguez pareggia con un tiro altrettanto spaziale. Per Roma e Milan ora basterà il solito punticino che, come i sigari e i cavalierati di giolittiana memoria, non si nega a nessuno.
La solita Lazio degli ultimi tempi, tanto simile a quella di fine anni '60, nonostante il vantaggio con il gol irregolare di Pandev, viene maltrattata in casa dai greci dell'Olympiakos, prima rimontata dal solito Galletti (evidentemente più efficace delle Aquile) poi matata definitivamente dall'ex flop Kovacevic. Addio Coppa(compresa la UEFA)! È stato bello finché è durato, ora si salvi chi può (in campionato), se si può...
Per finire, il giovedì, una buona Fiorentina ancora senza Mutu e, purtroppo, senza Prandelli in panchina, porta a casa un buon 1 a 1 da Atene contro l'AEK (gol di Osvaldo e autogol di Balzaretti) che dovrebbe consentirle una qualificazione alla fase primaverile senza eccessivi sforzi.
Mauro Floritta Martorana

sabato 1 dicembre 2007

Se tifo... meglio che mi vaccino - 1

Calcio, fenomeno globale che scatena negli esseri umani pulsioni emotive incontrollabili fondamentalmente deleterie che vanno sotto il nome generico di tifo. Noi, presunti civilizzati, attribuiamo questo fenomeno ai guasti ed al clima di decadenza morale che caratterizza la nostra disgraziata epoca e ripensiamo con nostalgia ai bei tempi andati. Ma i tempi andati erano davvero belli? Senza discendere ai tempi degli antichi romani, in cui il pubblico si accalorava in maniera smodata per i circenses (che non erano i ludi gladiatori ma le corse di carri al Circo Massimo, con scene di isteria collettiva da far paura a qualsiasi curva moderna, rimaniamo nel pallone e andiamo al primo campionato di calcio del nostro Paese, anno di grazia 1898 (a proposito, lo sapevate che nel 1896 fu disputato il primo vero campionato italiano di calcio, non omologato perché non esisteva ancora una federazione e che fu vinto dall'Udinese?) complessivamente 4 squadre partecipanti, tre di Torino più il Genoa. Tutto in una giornata, semifinali al mattino e finale il pomeriggio. Beh, tutta la giornata fu caratterizzata dalle continue risse tra i tifosi delle varie squadre. Quindi il tifo fattore endemico del calcio. Del calcio. Avete mai sentito che si siano massacrati di mazzate sostenitori dell'atletica leggera o del pattinaggio a rotelle? Capita, alle volte, che vengano a vie di fatto i tifosi di altri sport ma, se andiamo a ben guardare, anche in queste altre occasioni si tratta di sport di squadra. Allora, che cosa caratterizza il tifo e le sue barbariche manifestazioni? Il punto fondamentale è: tifo = parteggiare per qualcuno o qualcosa che non siamo noi, quindi al di fuori di noi. Ohibò! Detta così sembra uno stato dissociativo, roba da cure psichiatriche! Ma non è così, altrimenti sarebbe un disturbo ascrivibile a pochi e riconosciuto come infermità mentale. Sembra invece che fare il tifo sia un'esigenza insopprimibile dell'essere umano. Lo facciamo inconsapevolmente, sempre, fin da quando veniamo al mondo, su tutto. Si inizia con il fare una semplice scelta. Quella cosa, facciamo ancora l'esempio delle partite di calcio, ci piace? Sì. Andiamo avanti. Tra le due squadre che stanno giocando, una ci piace più dell'altra? Sì, andiamo avanti. Perché ci piace di più? Non ha importanza. Motivi tra i più svariati. Ma nel momento che decidiamo che ci piace di più, e quindi scegliamo una squadra, ecco che scatta il meccanismo perverso, entra a far parte della nostra esistenza. Essa è noi, noi siamo lei e allora la frittata è fatta, non si può più tornare indietro e questa scelta condizionerà una buona parte il resto della nostra vita emozionale. E tutto ciò una infinità di volte perché infinite sono le scelte che facciamo nella nostra vita e ognuna di queste ci forma, fa parte di noi. E poiché si tratta di una nostra scelta, ne identifichiamo l'oggetto con noi stessi, creando così quel transfert di identità che chiamiamo comunemente tifo.
(1 – continua)
Mauro Floritta Martorana