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martedì 25 marzo 2008

Improvvisamente... la Lazio!

Già, improvvisamente la Lazio! Non se ne parlava da tempo, ma sembra che sui maggiori organi di informazione sportiva - stampa, radio e televisione - ora non vi sia che la Lazio. Strano destino per una società sportiva che paga, dal 1927, una scelta di libertà e di orgoglio. Quella stessa scelta che non a caso era stata fondata in Piazza della Libertà, a Roma, il 9 gennaio del 1900. Per 27 anni nella Capitale la S.S. Lazio è stata l'unica realtà sportiva di rilievo. Poi nel 1927 Benito Mussolini incaricò l'abruzzese Italo Foschi (segretario del Partito Nazionale Fascista e presidente della Fortitudo Pro Roma) di fondare la A.S. Roma. Con una lungimiranza di marketing e comunicazione che avrebbe fatto invidia ai più smaliziati manager moderni, si intuì che una squadra con il nome della Capitale avrebbe catalizzato attenzione, soldi, successo. In qualche modo si sentiva l'esigenza di dover competere con le società sportive del Nord, padrone assolute del campo, e si pensò di fare come in altre città del Centro-Sud (Firenze, Bari e Napoli) che avevano dato vita a squadre di calcio professionistiche.
Nacque così l'A.S. Roma, costituita dalla fusione di tre delle otto società calcistiche romane: l'Alba Audace, il Roman e la Fortitudo Pro Roma. A questa fusione avrebbe dovuto prendere parte anche la S.S. Lazio, che rimase fuori dall'accordo per l'intervento del generale della Milizia fascista Giorgio Vaccaro. Ma questa è storia, ormai ben nota ai più.
Come è altrettanto noto ai più che lo spazio riservato alla S.S. Lazio è sempre di nicchia. Perfino nell'anno del secondo scudetto biancoceleste, il maggiore quotidiano sportivo romano dedicò soltanto le nove colonne della prima pagina all'evento. Pazienza, i tifosi della Lazio lo sanno, se ne lamentano ogni giorno. Ma le ragioni del marketing sono imperative: se si vende di più parlando della Roma - e non ve n'è dubbio - si seguono le ragioni del marketing. Se poi la Roma si fa interprete di grandi imprese - come recentemente in Champions League contro il Real Madrid, solo per fare un esempio, e la Lazio di una stagione scolorita e ripresa per il bavero - ovvio che le scelte editoriali e di marketing coincidano. Non è soltanto comprensibile, ma anche deontologicamente corretto.
Diventa meno corretto quando, come ragionavamo poc'anzi, la Lazio si fa interprete di indiscussi successi, e lo spazio e l'interesse che le vengono dedicati è comunque minore. Probabilmente c'entra sempre la legge dei grandi numeri...
Diventa ancor meno corretto quando, fino a ieri, della Lazio si è parlato poco, molto poco. Poi la Lazio vince il derby, e bisogna parlarne, non c'è dubbio. Però c'è un rigore - colpevolmente da alcuni definito perfino fasullo - che in qualche modo sminuirebbe la vittoria biancoceleste. Non è una tragedia, succede tutte le domeniche con altre squadre. Si capisce...
E diventa ancor, ancor meno corretto quando si comincia a parlare di Lazio, dappertutto e con toni stranamente compiacenti, sui maggiori quotidiani - sportivi e non - in occasione della gara di sabato prossimo all'Olimpico. Già, perché ora la situazione è diventata improvvisamente questa: la Lazio, battendo l'Inter, darebbe un senso alla stagione. Batterebbe una "grande" e acquisirebbe 3 punti fondamentali in classifica. Discorso fallace: la Lazio non ha più nulla da chiedere a questa stagione se non la Coppa Italia. Si trova in un limbo in cui non cambierebbe nulla se andasse 6 punti avanti o rimanesse dov'è. Purtroppo per la Lazio è andata così quest'anno, con molti rammarichi.
Ma fino a ieri non era così. La Lazio, fino a ieri, non avrebbe avuto scampo contro l'Inter. Come non l'ha avuto, nonostante il rigore "fasullo" che aprì le danze della tripletta nerazzurra, all'andata. Ma pochi, pochissimi si soffermarono su quel rigore inventato: si disse che quel rigore si poteva dare o non dare, nessuno scandalo. Bene, nessuno scandalo.
Nessuno scandalo, allora, se sabato sera la Lazio dovesse perdere contro l'Inter. Nonostante gli impegni delle Nazionali che portano via tanti calciatori a molte squadre (più nella Lazio che nell'Inter) la Lazio non ha la caratura tecnica dell'Inter. Nell'Inter vi sono vari fuoriclasse, nella Lazio se ne può contare uno (Pandev) e qualche altro giocatore piuttosto importante (Rocchi, Ledesma, Bianchi, Behrami, Dabo). Ma il paragone, nonostante la crisi della squadra allenata da Mancini, rimane improponibile.
Ed ecco che allora cominciano a circolare nella Capitale voci senza senso, che neanche vogliamo riportare perché alcune, gravissime illazioni sarebbero da inchiesta per frode sportiva. Tanto che il buon Delio Rossi ha perfino rilasciato una breve intervista al quotidiano "Il Romanista" in cui fuga a chiare lettere ogni possibile dubbio di combine. Per chi, ovviamente, quei dubbi li nutre. Perché in una città normale, in cittadini che amano lo sport pur essendo tifosi di una qualsiasi squadra di calcio, quei dubbi non dovrebbero neanche esistere. Non si capisce dove sia "la notizia". Eppure ne parlano tutti.
Lo ripetiamo, allora, nessuno scandalo se la Lazio dovesse perdere contro l'Inter. Delio Rossi non è mai riuscito a vincere contro una "grande" durante la sua permanenza alla Lazio. Dunque, nessuno scandalo.
Per piacere, però, lasciamo la Lazio - almeno in questa settimana - in quella nicchia di comunicazione nella quale è stata relegata da ottant'anni. Per piacere, non promuovetela proprio adesso per ragioni che nulla hanno a che fare con la dignità della Lazio.
Per piacere, non parlatene adesso solo perché il risultato della partita di sabato prossimo potrebbe in qualche modo favorire o sfavorire l'altra squadra della Capitale. Perché la Lazio e i suoi tifosi hanno una dignità e sono ancora orgogliosi di quella scelta di libertà del 9 gennaio 1900 fondata sui più autentici valori dello sport e ispirata dai colori delle prime Olimpiadi, il bianco e il celeste.
Una scelta di orgoglio e libertà.
Alessandro Staiti

mercoledì 26 dicembre 2007

Gerd Müller... e Pippo Inzaghi

Chi ha più di 40 anni non può non ricordarselo. Piccolotto, brevilineo, con una massa di capelli neri in testa, bruttino anzichenò. Faceva raggelare i difensori d'Europa e di mezzo mondo. Non incantava nessuno, non era un giocatore di calcio. Lo chiamavano Bomber der Nation (il cannoniere nazionale) e, vista la sua statura modesta, Kleines dickes Müller (il piccolo grasso Müller, forzando la declinazione dell’aggettivo). Faceva solo gol. E ne faceva tanti, al centro dell'attacco del Bayern di Monaco e della Nazionale tedesca, ambedue dirette dall'impeccabile bacchetta di "Kaiser" Franz Beckenbauer tra la fine dei '60 e la metà dei '70. Il re del gol, l'indiscussa volpe dell'area di rigore era solo lui, Gerd Müller. Fece tanti gol, tantissimi; belli nessuno. Non aveva il dono dell'estetica. L'importante era che il pallone entrasse dentro la rete, in ogni modo. E lui era sempre lì, preferibilmente nei 2 metri dell'area piccola, a dare come per caso la puntata, la-scivolata, la tibiata decisiva. Così, tanto per fare la differenza tra la vittoria e non, niente altro. Di lui ho tre ricordi, piccoli lampi come le sue realizzazioni. Nelle folle corrida dei supplementari dell’Azteca nel '70contro l'Italia, illuse il popolo teutonico con un gol degno di un fantasma. Lui, così bassotto (tedesco ovviamente) che fa materializzare il suo piede tre quelli di Burgnich per anticipare con la punta il retropassaggio ad Albertosi col pallone che si infila sotto la pancia del nostro portierone. Poi un goal segnato in notturna, non ricordo contro quale avversaria, era una partita che guardavo distrattamente, una battuta al volo dentro l'area, il pallone che si impenna in modo surreale a una quota fuori dalla logica per poi ripiombare giù solo per forza di gravita per infilarsi sotto la traversa, con il portiere rimasto lì come un manichino. Poi, a fine carriera, quando altri eroi più immaginifici si stavano affacciando di prepotenza sulla ribalta calcistica mondiale, quasi per caso come sempre, nella finale mondiale all'Olimpico di Monaco (il suo stadio) un intercetto in scivolata, sempre vicino all'area piccola e la Germania Ovest è World Champion per la seconda volta. Provaci ancora Crujiff, sarai più fortunato. Smise di giocare di lì a poco, con discrezione quasi invisibile, come quando appariva nell'area piccola, portando con sé ben stretto in pugno quel titolo; la volpe dell'area ai rigore, quello che aveva segnato più gol di tutti nelle competizioni europee. Martedì 4 dicembre 2007 quel titolo è passato a un altro grandissimo realizzatore italiano, così diverso nell'aspetto esteriore ma così simile nel modo di segnare. Oggi sorge un altro mito, da ora è Mega Pippo Inzaghi la nuova volpe dell'area di rigore sulla vetta d'Europa.
Mauro Floritta Martorana

Meglio la coppa... che la mortadella

Termina la fase a gironi della Champions League senza scosse né sorprese. Tutte (meno una) già qualificate, le italiane si concedono il lusso di partite senza pathos ma di buon contenuto tecnico. Il Milan, in largo anticipo causa grottesca trasferta giapponese (di questo aggettivo ho già reso conto durante uno dei miei interventi in radio) batte 1-0 il Celtic con l'unico scopo di regolare i conti dell'andata, a parte che chi ha colpa del suo mal... (vero Dida?). Buona prova generale comunque del Milan col quale toccherà fare i conti pure in campionato dalla ripresa post festiva. Una Roma con diverse riserve che sarebbero titolari altrove, gioca divertendo e divertendosi, in un Olimpico all'insegna del "volemose bene", contro il Manchester Utd. anch’esso in formato panchina: 1-1 di prammatica, buona tecnica, agonismo quanto basta e arrivederci forse a una eventuale finale. (La "partita" agonisticamente più intensa è stata comunque quella giocata prima nei dintorni dello stadio, con un bilancio di accoltellati decisamente a favore degli "sportivi" locali. Quando si dice la classe...). L'Inter, ormai bulimica di vittoria, se la prende anche col PSV e il solito Cruz timbra 1-0 gli olandesi senza un briciolo di compassione. Buon gioco e meccanismi che ormai vanno da soli. Unica nota stonata (anche se prevedibile)dal Bernabeu da parte di una Lazio che, ormai, la capacità di fare miracoli l'ha lasciata in estate a Bucarest. Perlomeno gli uomini di Rossi sono riusciti a non perdere completamente la testa e a evitare un'umiliante goleada. Di questi tempi, la banda Lotito deve accontentarsi anche di questo...
Comunque, a tutte le squadre che hanno superato il turno,i miei migliori auguri per la ripresa delle ostilità in primavera, a tutte quelle che non ce l'hanno fatta il mio augurio di poterci riprovare almeno in tempo utile per poterlo commentare su questa emittente prima dell'inevitabile rimbambimento senile.
Mauro Floritta Martorana

martedì 4 dicembre 2007

Italiane in Coppa

È andato tutto come doveva andare nella 3 giorni di Coppe (Champions e Uefa) delle italiane. Ha vinto chi doveva vincere, si qualificherà chi si doveva qualificare, ha perso e non si qualificherà chi non doveva...
Si inizia il martedì con i turni più scontati. Le regine del campionato Inter e Roma sbrigano le formalità contro Fenerbahçe e Dinamo Kiev, insidie relative.
L'Inter soffre un tempo contro i turchi brasiliani di Zico, brillanti come nella partita d'andata; poi nella ripresa dice basta con il solito Cruz che trova un gol di petto, con un gol spot di “Ibraldinho” e per finire con il redivivo Jimenez, e tutti a casa.
La Roma temeva più l’eventuale arrivo degli orsi sul campo che la Dinamo Kiev, perché se le squadre dell'Est Europa in autunno sono uno spauracchio per l'inizio anticipato dei loro campionati, in inverno sono una benedizione visto che i tornei sono compensibilmente fermi. Più pathos nella partitella del giovedì, neanche il disturbo di prendere l'aereo, Panucci, Giuly, doppietta di un incontenibile Vucinic (chissà cosa ronza nel telefonino di Totti...)e in mezzo il gol bandiera di Bangoura, generosamente concesso dalla banda Spalletti.
Mercoledì il Milan apre con un gol spaziale di Pirlo poi, al solito,il Gerovital finisce l'effetto, tutti dormicchiano, si fanno mettere sotto dai portoghesi del Benfica condotti per mano dal simpatico ex Rui Costa e Maxi Rodriguez pareggia con un tiro altrettanto spaziale. Per Roma e Milan ora basterà il solito punticino che, come i sigari e i cavalierati di giolittiana memoria, non si nega a nessuno.
La solita Lazio degli ultimi tempi, tanto simile a quella di fine anni '60, nonostante il vantaggio con il gol irregolare di Pandev, viene maltrattata in casa dai greci dell'Olympiakos, prima rimontata dal solito Galletti (evidentemente più efficace delle Aquile) poi matata definitivamente dall'ex flop Kovacevic. Addio Coppa(compresa la UEFA)! È stato bello finché è durato, ora si salvi chi può (in campionato), se si può...
Per finire, il giovedì, una buona Fiorentina ancora senza Mutu e, purtroppo, senza Prandelli in panchina, porta a casa un buon 1 a 1 da Atene contro l'AEK (gol di Osvaldo e autogol di Balzaretti) che dovrebbe consentirle una qualificazione alla fase primaverile senza eccessivi sforzi.
Mauro Floritta Martorana

lunedì 12 novembre 2007

In Champions vince l’Italia. Volano Lazio, Milan, Inter. Pareggio d’oro per la Roma a Lisbona.

La Lazio incontra il Werder Brema all’Olimpico: deve riscattare un periodo negativo e l’unica sconfitta in Europa nelle partite di andata, quella con i tedeschi per l’appunto. Gli infortuni sono la realtà costante dei biancocelesti in questo periodo: anche Pandev è ai box per una contrattura muscolare, mentre Behrami ritorna esterno di difesa dopo un fastidioso ascesso tonsillare che lo ha fatto dimagrire di quattro chili. Rossi si gioca la carta Meghni dietro a Rocchi e Makinwa. Mossa ispirata, perché il francese si rivelerà il vero asso nella manica. Il Werder, dal canto suo, ha due assenze importanti: il nazionale Frings e quel Sanogo che ha punito la Lazio in Germania. La Lazio parte a mille: nei primi 45’ crea domina il gioco e nei primi 20’ crea almeno 4 occasioni da gol, malamente sprecate da Zauri (che al momento del tiro, deviato in corner da Wiese, si infortuna e deve cedere il posto a De Silvestri), da Meghni (che spara alto sulla traversa), da Stendardo che di testa appoggia sulle mani del portiere, e da Makinwa che solo davanti a Wiese gli tira addosso. Nella ripresa il Werder entra in campo con maggiore determinazione, ma proprio nel momento peggiore della Lazio arrivano i gol di Rocchi. Il primo su rigore: Meghni viene malamente atterrato in area dal gigantesco Naldo e Rocchi va sul dischetto. Non è un rigorista provetto, tira centrale, Wiese para ma il pallone gli sfugge, arriva Rocchi in spaccata e la mette dentro. Il secondo è un capolavoro di Meghni, sicuramente il migliore in campo. Lancio ispirato dalla metà campo che innesca lo scatto di Rocchi: delizioso colpo da sotto e gol. La reazione dei tedeschi è fiera, e la Lazio potrebbe portare a casa la vittoria tonda se a pochi minuti dalla fine Cribari non viene espulso per un fallo da rigore che Diego trasforma, per poi essere anch’egli espulso nel finale per proteste. La Lazio stringe in denti e alla fine porta a casa due successi: la prima vittoria in Champions League con un risultato speculare a quello dell’andata (2-1) e la scoperta di un campione chiamato Meghni.

Il Milan ripete il folle copione che la vede ormai in crisi in campionato e devastante in Champions. Con la complicità di Filippo Inzaghi, come al solito. Fa molto freddo a Donetsk, e nel primo tempo sembra che Milan e Shaktar si accontentino del pareggio. Gli ucraini si rendono pericolosi nonostante il ritmo blando, e mancano il gol con Chygrynskiy che colpisce centralmente e dopo la mezzora con Srna che si vede deviare con grande perizia da Dida un diagonale al veleno. Dopo appena 5’ nella ripresa Fernandinho scuote i rossoneri, che pochi minuti dopo accelerano e colpiscono il palo con Ambrosini. Al 18’ della ripresa Ancelotti cala l’asso vincente: Inzaghi al posto Gilardino, troppo isolato là davanti come il suo connazionale avversario Lucarelli, totalmente in ombra. A Pippo bastano solo sette minuti per piegare i padroni di casa. Prima va in gol sfruttando la solita verticalizzazione perfetta di Pirlo, poi controlla magistralmente in area e serve a Kakà la palla del 2-0. Il brasiliano restituisce a Pippo il favore e in contropiede gli offre l’occasione del 3-0 che arriva a tempo scaduto.

Pazza Inter, come canta l’inno della squadra. Prima va in svantaggio di due gol con il Cska di Mosca, in due minuti rimonta e poi stravince con altri due gol. In uno stadio non certo pieno, i Campioni d’Italia regalano la prima mezzora di gioco al Cska, che di russo ha ben poco con gente come Dudu, Carvalho, Jo e Vagner Love, che impiega solo 8’ a sfuggire a Samuel e Cordoba. Poi, durante un contropiede fulmineo fa sponda per Jo che al 23’ insacca con un missile di sinistro. Dopo 8’ Vagner Love riceve un assist da Carvalho, si beve Cordoba e Dacourt e spara un bolide di sinistro che mette sotto choc i nerazzurri. Ma la squadra di Mancini non si perde d’animo e in 2 minuti e mezzo riporta il risultato in parità con Ibrahimovic e Cambiasso. Che nella ripresa va in raddoppio su un finissimo colpo di tacco di Cruz. La serata delle meraviglie non è terminata, perché Ibrahimovic vuole ancora stupire: salta Grigoriev con un controllo da paura e mette sotto l’incrocio di potenza. Il resto è controllo del risultato (4-2), mentre a Suazo non riesce per poco di segnare la quinta rete.

Una Roma modesta riesce fortunosamente a pareggiare a Lisbona. Non è la solita storia delle distrazioni o dei gol mancati sotto porta. È che lo Sporting Lisbona la domina sul piano del gioco, impartendole una lezione di calcio. I giallorossi soffrono ancora per le assenze di Totti, Taddei e Aquilani e per gli infortuni rimediati sul campo (Tonetto nel pre-partita e Mexes durante la gara). In realtà la Roma è anche brava a interpretare l’altro ruolo: di solito è lei a fare la partita, questa volta devono subire chi la partita la sa fare, anche molto bene. E allora fuori l’opportunismo, la cattiveria. Partono forte i giallorossi con Cassetti che segna un grandissimo gol di interno destro. La reazione dei portoghesi è di gran classe, grazie ai piedi dei vari Moutinho , Romagnoli, Liedson e Veloso. Doni poi non sembra in gran serata: su un missile di Abel non trattiene e sull’insistenza di Liedson la mette nella propria rete. Ma l’arbitro belga De Bleeckere vede il fallo dell'attaccante sul portiere. Il pareggio è rimandato di poco: è proprio Liedson a firmarlo su un assist involontario di Mexes, che forse non si capisce con Doni in uscita bassa. I portoghesi ci prendono gusto e fanno il tiro al bersaglio con la porta dei giallorossi: prima Djalo di testa, poi Moutinho dal limite, ambedue fuori di poco. Nella ripresa la Roma si ritrova senza Mexes, infortunato nello scontro con Doni e sostituito da Ferrari. Sembra reagire meglio ma passa nuovamente in svantaggio ad opera del solito Liedson, questa volta a segno di testa sugli sviluppi di un corner, complice la disattenzione di Juan. Tutto sembra perduto quando arriva la fortuna a dare una mano a Spalletti: Pizarro sullo scadere tira una bordata di destro piuttosto velleitaria, ma la deviazione di Polga la spinge in rete. Finisce così 2-2 e con la qualificazione più vicina per i giallorossi.

Da sottolineare che Milan e Roma hanno giocato con il lutto al braccio per la morte del grande Niels Liedholm, avvenuta il 5 novembre.

Alessandro Staiti

martedì 25 settembre 2007

Tanto rumore per nulla...

Il fenomeno mediatico crea entusiasmo, aspettative a dir poco esagerate, e soprattutto un gran giro di soldi. Nessun moralismo, per carità. Fa parte del business. Per una riflessione onesta e per quanto possibile imparziale è opportuno però tenerne conto nella giusta misura.

Passiamo ai fatti: Roma-Juventus era stata annunciata come l'evento del secolo: un match storico che negli anni d'oro ante-moggiopoli aveva sempre visto la Signora favorita. La realtà di questo campionato è ben diversa: non si trattava dello scontro tra la Roma e la Juventus, ma tra una squadra che giustamente si candida allo scudetto (e al momento sembra l'unica in grado di raggiungere il traguardo per gioco, carattere e spessore tecnico) e una Juventus appena ricostruita dalle macerie della serie B. Il campo, come al solito, ha abbassato i toni generali. Hai voglia a gridare all'impresa della Juve! La verità è che la Roma pur dominando la partita, si è vista graziata da un gol di Totti in fuorigioco - ritenuto regolare - e soprattutto da un marchiano errore di Del Piero su rigore. Una breve riflessione su Cicinho: è costato ben 9 milioni di euro, dopo un'estenuante trattativa. In campo contro la Juve ha provocato un rigore e il controfallo che ha portato al pareggio. Forse il costo non giustifica la statura del calciatore, probabilmente bravissimo (sono 2 anni che non gioca, vediamolo all'opera). Ma allora l'ottimo Juan è stato davvero un regalo! Sul match di Champions poco da rimarcare: vittoria netta sulla Dinamo Kiev, anche se il gioco ha lasciato un po' a desiderare.

Altri fatti: Milan scintillante in Champions League, mediocre in campionato. Il pareggio contro il Parma fa quasi sorridere. Uno strano inizio. I Campioni d'Italia? Forse sono ubriachi di successo: si fa fatica a credere che uno squadrone come l'Inter abbia rimediato una sonora sconfitta in Coppa per mano del Fenerbahçe e un pareggio, riagguantato per miracolo, con il Livorno. Forse è il caso di rivedere qualcosa...

La Lazio sceglie il modo peggiore per interrompere la "pareggite": dopo essere passata in svantaggio - il che accade con preoccupante regolarità da un paio di mesi - dimostra gran carattere nel rimontare. Al 92' però prende un gol da oratorio su rilancio del portiere: Zampagna con un pallonetto beffa sia Stendardo che Muslera. Lo aveva promesso alcuni giorni prima della gara e lo ha mantenuto. Un gol beffardo che giunge nel momento migliore della Lazio, che come al solito ha creato molte più occasioni senza concretizzarle. Che non è affatto rassicurante. Lampi di ripresa per Makinwa, Mauri campione di imprecisione, Mutarelli bomber. Una Lazio irriconoscibile alla quale manca quella determinazione e quella autostima che l'hanno portata a conquistarsi un posto in Champions League. Ove, per inciso, ha strappato contro l'Olympiacos un buon pareggio, con un po' di amaro in bocca: per come si era messa la Lazio avrebbe potuto vincere. La prossima in casa contro il Real Madrid. Sarà spettacolo. Ma prima vengono Cagliari e Reggina, i biancocelesti sono obbligati a vincere. La situazione si complica.

Bene la Fiorentina, che a Catania - pur non sfoderando un gran gioco - si tiene stretta il gol del solito Mutu e riesce a difendere l'1-0 fino alla fine. Complimenti a Prandelli e ai suoi ragazzi. La prossima gara sarà una sfida speciale, contro la Roma orfana di Totti e Perrotta. I viola hanno una grande occasione, la gara si preannuncia scintillante.

Anche il Cagliari raccoglie la sconfitta in casa contro il Palermo. Pur avendo disputato una buona gara e creato diverse occasioni da gol, non la mette dentro. Neanche il buon Foggia - tanto rimpianto dai tifosi laziali che rivedrà nella prossima gara.

Sereni para 2 rigori al Siena (ma sul secondo Maccarone sfrutta la respinta e manda in rete) e il Torino continua a pareggiare. Con l'arrivo di Recoba sembrava che i piemontesi potessero spiccare il salto, ma per ora il profilo rimane medio. La gara contro il combattivo Parma sarà un'altra cartina al tornasole.

Il Napoli delle meraviglie si ferma a Empoli. Del resto Gigi Cagni è famoso per i catenacci, e quando chiude le sue squadre c'è poco da fare. Sarà un bel match contro il Livorno, rinfrancato dall'ultimo risultato.

Non si ferma invece l'Udinese grazie alle prodezze di Antonio Di Natale, bomber e salvatore della patria anche in Nazionale e sempre a forza di doppiette. E pensare che fino a quasi un mese fa era quasi fuori squadra! Rifila un secco 2-0 alla Reggina e continua a far bella figura.

Brutta invece quella del tanto atteso derby della Lanterna: tra Sampdoria e Genoa, nonostante l'esordio di Cassano, un insipido 0-0 che rispecchia anche la pochezza del gioco in partita.

Alessandro Staiti