In occasione della sfortunata avventura italiana agli Europei 2008 il giornalismo sportivo romano non ha perso occasione di manifestare in modo esplicito la propria partigianeria. Premessa doverosa: chi scrive non intende qui biasimare alcuna società e/o squadra di calcio, né i suoi appartenenti, ma solo far notare l'ennesimo disservizio di una parte importante della cosiddetta informazione calcistica della Capitale. Per giorni e giorni, prima di Spagna-Italia, il Corriere dello Sport e Il Messaggero hanno invocato a grandi titoli la presenza del "blocco Roma" all'interno della Nazionale. Certo, se ne poteva discutere: con Pirlo e Gattuso squalificati era comunque interessante prendere in considerazione l'utilizzo di calciatori di livello come Aquilani o De Rossi a centrocampo. Ma questo sarebbe stato semplicemente ragionevole, considerata l'emergenza. No, i giornali romani (e ci viene più che il sospetto, romanisti) chiedono l'intero "blocco Roma" (si è strombazzata perfino l'espressione ItalRoma) come se l'impiego dei calciatori giallorossi all'interno della Nazionale fosse così naturale e logico. Forse non lo era: nella Roma i vari Perrotta, Aquilani (adoperato da Spalletti con estrema parsimonia, visto che gli si preferisce Pizzarro), De Rossi, Panucci, sono inseriti in un tipo di gioco caratteristico e difficilmente riproducibile con altri uomini e un altro tecnico. Ora, non ci vuole una grande attenzione o competenza calcistica per aver visto un Aquilani a dir poco timido, un De Rossi non efficace come lo era stato contro la Francia, un Perrotta non incisivo e un Panucci che batteva la fiacca. Certo, con il senno del poi... Ma il senno del poi, in una partita di pallone, matura minuto dopo minuto per l'osservatore attento. Non a caso appena Donandoni ha cambiato Perrotta con Camoranesi l'Italia ha avuto la prima grande e chiara occasione da gol. Il resto è storia: lo sfortunato De Rossi che sbaglia il primo rigore, Di Natale il secondo e l'Italia fuori dagli Europei.
Intendiamoci: uscire ai rigori dopo 110 minuti combattuti ma non brillanti non è così disonorevole come prendere una goleada e dimostrare un'evidente inferiorità in campo. Però è quantomeno curioso la scelta e l'ordine dei rigoristi della nostra nazionale. Ci sta Grosso, freddo e determinato al pari di Oddo, ma non ci sta De Rossi (che calcia i rigori sempre nello stesso modo, e quindi prevedibile) o Di Natale prima di Del Piero o di Toni. Nel corso della partita non si comprende neanche, a dire il vero, l'utilizzo di Perrotta vertice alto dell'improbabile rombo di centrocampo: se si voleva dare un'opportunità ad Aquilani forse quella era la sua collocazione naturale, per sfruttarne le qualità offensive, mentre Camoranesi avrebbe sostituito più che degnamente lo spaesato Perrotta. Ma qui ci si addentrerebbe nell'analisi tecnico-tattica della partita, che non ci compete. A noi interessa il comportamento della stampa romana. Ora è piuttosto curioso che il quotidiano che ha invocato il "blocco Roma" per giorni, all'indomani della sconfitta titoli semplicemente: "Italia, torna Lippi!". E l'altro "Donadoni a casa". In psicologia un comportamento del genere verrebbe definito con i meccanismi di rimozione e spostamento: rimuovo la causa del mio problema e sposto la mia attenzione su altro. Nel linguaggio della saggezza popolare il tutto potrebbe essere racchiuso con queste parole: a domanda "Dove vai?" si risponde "Porto cipolle". Ma come, quello stesso Lippi che all'indomani di calciopoli non era ritenuto degno neanche di condurre la Nazionale ai mondiali, oggi viene indicato come il salvatore della Patria. Il giornalismo romano ha la memoria corta, rinnega se stesso dopo appena un anno, trattando il buon Donadoni così male quanto non merita. Ma non basta! Se si sfogliano le pagelle dei due quotidiani romani sopra citati, si rimane basiti: il "blocco Roma" parte da un minimo di sufficienza garantita per andare fino al 6 e 1/2, e poi si affibbia a Cassano un bel 5 (Il Messaggero). Ma che partita hanno visto? Sempre leggendo le pagelle de Il Messaggero la sorpresa aumenta alla voce Aquilani, giudicato con un incredibile 6 e 1/2: "Premiato per la corsa: nel primo tempo che fa più chilometri, sei e mezzo abbondanti". Ma hanno scambiato una partita di calcio per una gara di maratona? Sorge il dubbio, ma allora il voto è corretto: un punto per ogni chilometro. Però ci sembra di ricordare che nel calcio bisogna prendere il pallone, non solo coprire le distanze. Mah!
Potremmo continuare a lungo nella disamina delle cocenti contraddizioni di un tale atteggiamento. Delle due, l'una: se era ItalRoma prima, lo era tanto più contro la Spagna. Ma il lettore non è distratto e dopo tanto strombazzare della carta stampata oggi, non a caso, si chiedeva: ma è l'ItalRoma ad aver perso l'Europeo?
Ai posteri (imparziali) l'ardua sentenza.
Alessandro Staiti
lunedì 23 giugno 2008
lunedì 28 aprile 2008
Il peso delle conseguenze – terza parte
Azioni a specchio, deformate a seconda del colore della maglia e della notorietà del personaggio. Ieri sono andate in onda sui vari campi di gioco le solite scene. Gli stessi insulti a due arbitri diversi producono provvedimenti di diversa gradazione: Di Vaio giustamente espulso, Del Piero vistosamente graziato dopo l’ammonizione (sullo sfondo si notano Siviglia che ride divertito e in seguito De Silvestri che sembra dire al direttore di gara: “che fai, da lui l'insulto te lo prendi?”). Episodi per nulla differenti da quello di Totti e poi di Dabo, di cui abbiamo già parlato. “Siamo alle solite, Calimero!” recitava uno spot pubblicitario di tanti, tanti anni fa. Calimero in questo caso è la Lazio, una squadra da denunciare a “Chi l’ha visto”, che neppure gli arbitri sul campo rispettano. A Torino non sono stati concessi ai biancocelesti ben 3 rigori: uno su Siviglia vistosamente scaraventato a terra in area mentre stava per colpire di testa, il secondo sul mani in area di Sissoko, il terzo su Mauri (il più dubbio per la verità) che non cade in area a contatto (c’è stato?) con Buffon. Non protesta il trequartista laziale, ma per la verità nessun calciatore biancoceleste sembra in grado di chiedere rispetto. Una squadra con livelli di autostima sotto i tacchi, evidentemente. E il 5-2 rimediato dalla Juventus non ha scusanti: in 30 minuti i bianconeri hanno ridicolizzato centrocampo e difesa biancocelesti. Se nella ripresa la Lazio riesce ad andare in gol 2 volte lo deve all’intraprendenza di Mauri e Bianchi ma soprattutto alla verve di Vignaroli - uno dei pochissimi calciatori degno di indossare la gloriosa maglia della Lazio - che svaria a tutto campo e scodella un assist perfetto per la testa di Siviglia. E dire che Fabio aveva smesso di giocare a calcio. Eppure è uno che i fondamentali li conosce eccome, forse meglio di altri suoi più acclamati colleghi.
La palma della domenica va però come sempre a Celi di Campobasso, che all’Olimpico di Roma si dimentica di aver ammonito Dallafiore, e alla seconda ammonizione lo lascia in campo: poi dirà di non averlo ammonito la prima volta, in occasione del rigore che apre il valzer di reti giallorosse, ma le immagini lo smentiscono, e ci mancherebbe. Ma se Celi riconoscesse l’errore si dovrebbe far ripetere Roma-Torino.
Tantrik
La palma della domenica va però come sempre a Celi di Campobasso, che all’Olimpico di Roma si dimentica di aver ammonito Dallafiore, e alla seconda ammonizione lo lascia in campo: poi dirà di non averlo ammonito la prima volta, in occasione del rigore che apre il valzer di reti giallorosse, ma le immagini lo smentiscono, e ci mancherebbe. Ma se Celi riconoscesse l’errore si dovrebbe far ripetere Roma-Torino.
Tantrik
domenica 20 aprile 2008
Il peso delle conseguenze, seconda parte
Detto, fatto. Il comportamento dell'arbitro Rizzoli ha già generato le sue conseguenze. Va bene, è stato un festival delle espulsioni: Cagliari, Parma, Napoli e Lazio ne hanno fatto le spese più vistose. Tutti casi diversi, beninteso. Ma quello che si presta a un immediato confronto con l'episodio di Totti della scorsa giornata è proprio quello di Dabo in Catania-Lazio. Dabo accenna appena una protesta dopo l'ammonizione (generosa) e viene immediatamente espulso nonostante i biancocelesti siano già in 10 per il precedente rosso a Zauri. Sia chiaro, nel mio primo intervento ho invocato il rispetto delle regole, ma anche la loro uniforme applicazione. Il gesto di Dabo è appena accennato, quello di Totti la scorsa domenica plateale e reiterato. Solo che l'arbitro Celi ha applicato alla lettera, e con grande sollecitudine, il regolamento. Come a dire: da oggi si cambia musica! Ma la musica, cari arbitri, doveva essere cambiata da quel dì... Ne han fatto le spese la Lazio e il buon Dabo, che certo non hanno la visibilità e l'autorità mediatica dei cugini giallorossi.
Tantrik
Tantrik
lunedì 14 aprile 2008
Il peso delle conseguenze
Se ne sentono delle belle, ultimamente. Anzi delle brutte, direi pessime. Sono le chiacchiere e le invenzioni che stridono come le unghie sugli specchi dei soliti soloni in doppiopetto che intendono giustificare a tutti i costi il comportamento errato dell’arbitro Rizzoli durante Udinese-Roma. Ha voglia di strillare il buon Pietro Leonardi da quel di Udine, sembra che non ce ne sia né per lui né per Pasquale Marino. E c’è veramente di che essere preoccupati per la disparità di trattamento e di applicazione delle regole.
Il fatto ormai è noto: Totti spara in cielo un pallone davanti alla porta e incolpa l’arbitro Rizzoli di averlo ostacolato. Più che incolparlo, a dire il vero, lo manda platealmente e ripetutamente (ben 3 volte) a… quel paese, tanto per non ripetere l’icastico insulto italico e tipicamente romanesco. Al che Rizzoli, sbagliando su tutta la linea, gli mostra il cartellino giallo. Totti andava espulso. O ignorato. Il giallo è un errore plateale con conseguenze davvero imbarazzanti.
Non voglio occuparmi del comportamento di Totti: primo perché non mi interessa, secondo perché non è nuovo a intemperanze del genere e sembra che non abbia ancora imparato la lezione. Si dirà: ma è il capitano della Roma, non dovrebbe comportarsi così… Si dirà che tanti altri dicono e fanno lo stesso in campo… e altre banalità del genere. La ripetizione di un comportamento sbagliato non lo fa diventare improvvisamente giusto. Semmai, di tutta la vicenda, mi colpisce l’aspetto pedagogico negativo: Totti è un personaggio con una grande influenza sui tifosi, anche e soprattutto su quelli più giovani. Non ha dato certo un bell’esempio, non c’è dubbio. Il resto va da sé.
In realtà voglio occuparmi delle conseguenze generate dalla bizzarra decisione dell’arbitro Rizzoli, che sono molteplici. Ma, come spesso amo fare, più che altro mi limiterò a porre delle domande, affinché chi legge possa rispondersi come meglio crede.
1. Al momento del fattaccio, inquadrato con eloquenza dalle tv, la Roma era in svantaggio di un gol. Cosa sarebbe accaduto se Rizzoli, applicando il regolamento, avesse espulso Totti? Tra le conseguenze, ovviamente, oltre al risultato della partita in corso, bisogna mettere in preventivo la possibile squalifica di tre giornate a Totti, come di solito accade quando un calciatore insulta un arbitro. Ricordo, tanto per restare nella Capitale, le tre giornate a Stendardo nella partita contro il Napoli e quelle a Mutarelli (che mandò a quel paese l’arbitro di spalle, ma fu intercettato dal quarto uomo) nella partita contro la Fiorentina. Che ne sarebbe stata della famigerata lotta per lo scudetto?
2. Come si comporterà l’arbitro Rizzoli d’ora in poi quando qualche altro calciatore lo manderà a quel paese?
3. Cosa sarebbe accaduto a qualsiasi altro calciatore che avesse ripetutamente insultato l’arbitro che non fosse stato il capitano della Roma, in lotta per lo scudetto?
Sembrano domande banali, e forse lo sono. Tuttavia questi interrogativi aprono delle prospettive imbarazzanti. Di certo resta il fatto che Rizzoli ha sbagliato su tutta la linea.
Ancor più gravi, però, sono le giustificazioni dei soloni in doppiopetto. Se ne sono sentite di tutti i colori: perfino che Rizzoli ha fatto bene a non espellere Totti per “un confidenziale atto di nervosismo” perché si è preoccupato di salvaguardare la validità del campionato. Oppure, peggio, che Totti ha ragione, perché Rizzoli non deve trovarsi al centro dell’area su un cross dal fondo. Ricordiamo ai distratti che alcune squadre hanno perso partite e trofei perché la palla è rimbalzata sull’arbitro ed è finita in rete, con gol completamente valido, come da regolamento.
Ci vuole un gran coraggio per giustificare comportamenti del genere. L’unica voce nel deserto sembra essere stata quella di Mario Sconcerti che nel dopo partita su Sky ha voluto dissociarsi dai compiacenti discorsi in atto chiarendo che gli sembrava perlomeno curioso che si stesse facendo un monumento a un calciatore che si era comportato male. Tuttavia il monumento è stato fatto e perfino lustrato, almeno a leggere i principali quotidiani sportivi e non del giorno dopo.
È un giornalismo triste e fazioso, purtroppo. Sostenuto anche da un anti-interismo ormai diffuso, figlio di calciopoli.
Già, calciopoli. Forse in pochi scorgono il collegamento tra calciopoli e l’eliminazione delle squadre italiane dalla Champions League. In realtà sono convinto che il campionato stia subendo proprio quest’anno i contraccolpi di calciopoli. Ma non correte subito alle opposte conclusioni: non sto riabilitando il malaffare. Sto semplicemente ripetendo quel che sostengo da tempo: che calciopoli sia stata una grande occasione mancata per fare pulizia e riorganizzare il calcio italiano sulla base di un sano rispetto delle regole. Invece si è avuta tanta fretta, e la fretta non è mai foriera di decisioni equilibrate. Il risultato è sotto gli occhi di tutti: un campionato disastroso, evidenziato da una catastrofe nel rispetto del regolamento, domenica dopo domenica, con una classe arbitrale perlopiù insufficiente e goffa.
Si dice spesso con rassegnazione che solo in Italia possono succedere cose del genere. Purtroppo, almeno rimanendo in ambito europeo, è vero. Ma non credo nei complotti, credo nella mancanza di cultura. In Italia la cultura sportiva è un miraggio. Basta assistere a una qualsiasi partita del campionato inglese per rendersene conto: la decisione dell’arbitro non viene mai contestata in campo dai calciatori, e ricordo il recente Liverpool-Arsenal di Champions League. Rigore dubbio, ma accettato in pieno, senza settimane di moviole e chiacchiere. E la mancanza di cultura genera sempre mostri, credetemi. Il nostro campionato ha perso di credibilità. Dubito che grandi campioni internazionali siano invogliati a venire in Italia, quando altrove il calcio è quel che deve essere: sport, spettacolo, competizione, ma soprattutto divertimento. Qui da noi sembra che sia diventato solo veleno.
Dimenticavo: a Totti solo mille euro di multa, come da regolamento, per le civili proteste nei confronti dell'arbitro.
Tantrik
Il fatto ormai è noto: Totti spara in cielo un pallone davanti alla porta e incolpa l’arbitro Rizzoli di averlo ostacolato. Più che incolparlo, a dire il vero, lo manda platealmente e ripetutamente (ben 3 volte) a… quel paese, tanto per non ripetere l’icastico insulto italico e tipicamente romanesco. Al che Rizzoli, sbagliando su tutta la linea, gli mostra il cartellino giallo. Totti andava espulso. O ignorato. Il giallo è un errore plateale con conseguenze davvero imbarazzanti.
Non voglio occuparmi del comportamento di Totti: primo perché non mi interessa, secondo perché non è nuovo a intemperanze del genere e sembra che non abbia ancora imparato la lezione. Si dirà: ma è il capitano della Roma, non dovrebbe comportarsi così… Si dirà che tanti altri dicono e fanno lo stesso in campo… e altre banalità del genere. La ripetizione di un comportamento sbagliato non lo fa diventare improvvisamente giusto. Semmai, di tutta la vicenda, mi colpisce l’aspetto pedagogico negativo: Totti è un personaggio con una grande influenza sui tifosi, anche e soprattutto su quelli più giovani. Non ha dato certo un bell’esempio, non c’è dubbio. Il resto va da sé.
In realtà voglio occuparmi delle conseguenze generate dalla bizzarra decisione dell’arbitro Rizzoli, che sono molteplici. Ma, come spesso amo fare, più che altro mi limiterò a porre delle domande, affinché chi legge possa rispondersi come meglio crede.
1. Al momento del fattaccio, inquadrato con eloquenza dalle tv, la Roma era in svantaggio di un gol. Cosa sarebbe accaduto se Rizzoli, applicando il regolamento, avesse espulso Totti? Tra le conseguenze, ovviamente, oltre al risultato della partita in corso, bisogna mettere in preventivo la possibile squalifica di tre giornate a Totti, come di solito accade quando un calciatore insulta un arbitro. Ricordo, tanto per restare nella Capitale, le tre giornate a Stendardo nella partita contro il Napoli e quelle a Mutarelli (che mandò a quel paese l’arbitro di spalle, ma fu intercettato dal quarto uomo) nella partita contro la Fiorentina. Che ne sarebbe stata della famigerata lotta per lo scudetto?
2. Come si comporterà l’arbitro Rizzoli d’ora in poi quando qualche altro calciatore lo manderà a quel paese?
3. Cosa sarebbe accaduto a qualsiasi altro calciatore che avesse ripetutamente insultato l’arbitro che non fosse stato il capitano della Roma, in lotta per lo scudetto?
Sembrano domande banali, e forse lo sono. Tuttavia questi interrogativi aprono delle prospettive imbarazzanti. Di certo resta il fatto che Rizzoli ha sbagliato su tutta la linea.
Ancor più gravi, però, sono le giustificazioni dei soloni in doppiopetto. Se ne sono sentite di tutti i colori: perfino che Rizzoli ha fatto bene a non espellere Totti per “un confidenziale atto di nervosismo” perché si è preoccupato di salvaguardare la validità del campionato. Oppure, peggio, che Totti ha ragione, perché Rizzoli non deve trovarsi al centro dell’area su un cross dal fondo. Ricordiamo ai distratti che alcune squadre hanno perso partite e trofei perché la palla è rimbalzata sull’arbitro ed è finita in rete, con gol completamente valido, come da regolamento.
Ci vuole un gran coraggio per giustificare comportamenti del genere. L’unica voce nel deserto sembra essere stata quella di Mario Sconcerti che nel dopo partita su Sky ha voluto dissociarsi dai compiacenti discorsi in atto chiarendo che gli sembrava perlomeno curioso che si stesse facendo un monumento a un calciatore che si era comportato male. Tuttavia il monumento è stato fatto e perfino lustrato, almeno a leggere i principali quotidiani sportivi e non del giorno dopo.
È un giornalismo triste e fazioso, purtroppo. Sostenuto anche da un anti-interismo ormai diffuso, figlio di calciopoli.
Già, calciopoli. Forse in pochi scorgono il collegamento tra calciopoli e l’eliminazione delle squadre italiane dalla Champions League. In realtà sono convinto che il campionato stia subendo proprio quest’anno i contraccolpi di calciopoli. Ma non correte subito alle opposte conclusioni: non sto riabilitando il malaffare. Sto semplicemente ripetendo quel che sostengo da tempo: che calciopoli sia stata una grande occasione mancata per fare pulizia e riorganizzare il calcio italiano sulla base di un sano rispetto delle regole. Invece si è avuta tanta fretta, e la fretta non è mai foriera di decisioni equilibrate. Il risultato è sotto gli occhi di tutti: un campionato disastroso, evidenziato da una catastrofe nel rispetto del regolamento, domenica dopo domenica, con una classe arbitrale perlopiù insufficiente e goffa.
Si dice spesso con rassegnazione che solo in Italia possono succedere cose del genere. Purtroppo, almeno rimanendo in ambito europeo, è vero. Ma non credo nei complotti, credo nella mancanza di cultura. In Italia la cultura sportiva è un miraggio. Basta assistere a una qualsiasi partita del campionato inglese per rendersene conto: la decisione dell’arbitro non viene mai contestata in campo dai calciatori, e ricordo il recente Liverpool-Arsenal di Champions League. Rigore dubbio, ma accettato in pieno, senza settimane di moviole e chiacchiere. E la mancanza di cultura genera sempre mostri, credetemi. Il nostro campionato ha perso di credibilità. Dubito che grandi campioni internazionali siano invogliati a venire in Italia, quando altrove il calcio è quel che deve essere: sport, spettacolo, competizione, ma soprattutto divertimento. Qui da noi sembra che sia diventato solo veleno.
Dimenticavo: a Totti solo mille euro di multa, come da regolamento, per le civili proteste nei confronti dell'arbitro.
Tantrik
domenica 6 aprile 2008
E se fossimo indotti a pensar male...
Nel precedente intervento ponevamo in risalto la responsabilità di comunicatori e giornalisti in doppiopetto nell'aver male indirizzato l'opinione del tifoso, promuovendo la cultura del sospetto, per di più preventivo. Così per una settimana si è discusso inutilmente della moralità della Lazio, con argomenti del tutto fuori luogo e con toni perfino offensivi. Pensavamo che dopo la caparbia prova dei biancocelesti contro l'Inter tali pettegolezzi (perché ci risulta difficile definirli altrimenti) fossero terminati: macché, i sospetti e le sciocchezze sono continuati, con l'accusa che la Lazio avesse affrontato la partita contro l'Inter come se si trattasse di un'amichevole. Beati loro che hanno il coraggio di non vedere ciò che è evidente: se i due splendidi legni di Kolarov e la traversa di Dabo significano un'amichevole...
Siamo rimasti in attesa, durante questa settimana, monitorando il panorama mediatico locale e nazionale: la Lazio è tornata nella sua nicchia, niente di straordinario. Del resto, non va dimenticato, la stagione biancoceleste non è certo da urlo e i pochi acuti si sono registrati solo in occasioni importanti: il Real Madrid e il Werder Brema in casa (Champions League), la Roma e l’Inter nel girone di ritorno, il buon cammino in Coppa Italia. Un po’ poco per definire un campionato, tanto più all’indomani di un terzo posto. Società, staff tecnico e squadra devono riflettere con onestà su questa stagione gettata alle ortiche, pur tenendo in conto le situazioni di grande difficoltà indotte da imprevedibili infortuni traumatici (Diakité, Cribari, Siviglia, Zauri, solo per ricordarne alcuni), la vicenda Carrizo e l’incomprensibile povertà del mercato estivo.
Ma se ora, alla luce della giornata di campionato appena trascorsa, fossimo anche noi indotti a pensar male? Non lo faremo, perché siamo consapevoli che è sempre sbagliato. Tuttavia, i soliti comunicatori della domenica sera più di un dubbio continuano a suscitarlo. Il problema, di un provincialismo sconcertante, è tutto della Capitale: perché soltanto qui a Roma si giustificano le sconfitte con le teorie dei complotti e si glorificano le vittorie anche quando arrivano per motivi diversi dal valore dimostrato in campo. Dunque, in questo clima così provinciale, lasciateci porre alcuni interrogativi:
1. Cosa si sarebbe insinuato per intere settimane se, ad esempio, sull’1-1 di Lazio-Inter, Rocchi si fosse esibito in una insensata e sciagurata scivolata in area sui piedi di Crespo così come ha fatto Borriello con Taddei in Roma-Genoa?
2. Come mai nessuno si è chiesto perché Gasperini abbia lasciato in panchina proprio uno come Leon? Eppure qualcuno si era chiesto come mai lo stesso allenatore avesse lasciato fuori Borriello contro l’Inter. Sicuramente per favorire i nerazzurri, no?
3. Perché sentiamo dire che l’Atalanta ha giocato al di sotto delle proprie possibilità e che il gol di Vieira è da annullare quando mancano ben due rigori evidenti all’Inter, di cui uno proprio sul gigante di colore? È complotto, non c’è dubbio...
In realtà questi interrogativi sono solo provocazioni da parte nostra... che speriamo facciano riflettere chi ha una mente critica soltanto a senso unico.
Se nella Capitale si vince così poco è anche per il provincialismo dei suoi comunicatori. Sarebbe molto meglio, in questo finale di campionato, lasciare da parte fantasiose ipotesi di complotto e pensare che una squadra vince se ha i mezzi tecnici e morali (come il crederci sempre fino in fondo) e quel pizzico di buona sorte che accompagna sempre gli audaci. Il resto sono solo chiacchiere, velenose.
Alessandro Staiti
Siamo rimasti in attesa, durante questa settimana, monitorando il panorama mediatico locale e nazionale: la Lazio è tornata nella sua nicchia, niente di straordinario. Del resto, non va dimenticato, la stagione biancoceleste non è certo da urlo e i pochi acuti si sono registrati solo in occasioni importanti: il Real Madrid e il Werder Brema in casa (Champions League), la Roma e l’Inter nel girone di ritorno, il buon cammino in Coppa Italia. Un po’ poco per definire un campionato, tanto più all’indomani di un terzo posto. Società, staff tecnico e squadra devono riflettere con onestà su questa stagione gettata alle ortiche, pur tenendo in conto le situazioni di grande difficoltà indotte da imprevedibili infortuni traumatici (Diakité, Cribari, Siviglia, Zauri, solo per ricordarne alcuni), la vicenda Carrizo e l’incomprensibile povertà del mercato estivo.
Ma se ora, alla luce della giornata di campionato appena trascorsa, fossimo anche noi indotti a pensar male? Non lo faremo, perché siamo consapevoli che è sempre sbagliato. Tuttavia, i soliti comunicatori della domenica sera più di un dubbio continuano a suscitarlo. Il problema, di un provincialismo sconcertante, è tutto della Capitale: perché soltanto qui a Roma si giustificano le sconfitte con le teorie dei complotti e si glorificano le vittorie anche quando arrivano per motivi diversi dal valore dimostrato in campo. Dunque, in questo clima così provinciale, lasciateci porre alcuni interrogativi:
1. Cosa si sarebbe insinuato per intere settimane se, ad esempio, sull’1-1 di Lazio-Inter, Rocchi si fosse esibito in una insensata e sciagurata scivolata in area sui piedi di Crespo così come ha fatto Borriello con Taddei in Roma-Genoa?
2. Come mai nessuno si è chiesto perché Gasperini abbia lasciato in panchina proprio uno come Leon? Eppure qualcuno si era chiesto come mai lo stesso allenatore avesse lasciato fuori Borriello contro l’Inter. Sicuramente per favorire i nerazzurri, no?
3. Perché sentiamo dire che l’Atalanta ha giocato al di sotto delle proprie possibilità e che il gol di Vieira è da annullare quando mancano ben due rigori evidenti all’Inter, di cui uno proprio sul gigante di colore? È complotto, non c’è dubbio...
In realtà questi interrogativi sono solo provocazioni da parte nostra... che speriamo facciano riflettere chi ha una mente critica soltanto a senso unico.
Se nella Capitale si vince così poco è anche per il provincialismo dei suoi comunicatori. Sarebbe molto meglio, in questo finale di campionato, lasciare da parte fantasiose ipotesi di complotto e pensare che una squadra vince se ha i mezzi tecnici e morali (come il crederci sempre fino in fondo) e quel pizzico di buona sorte che accompagna sempre gli audaci. Il resto sono solo chiacchiere, velenose.
Alessandro Staiti
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lunedì 31 marzo 2008
E ora qualcuno chieda scusa alla Lazio
Da un punto di vista mediatico e comunicazionale la "brillante" idea di accollare la responsabilità morale di una settimana calcistica sulle spalle della Lazio è stata semplicemente vergognosa. O ridicola, fate voi...
Da oggi, ne siamo certi, la Lazio tornerà ad occupare quella nicchia di comunicazione in cui è stata relegata dai mass media, soprattutto nella Capitale. Perché dopo Lazio-Inter di sabato scorso tutti i soloni in doppiopetto (sotto il quale elegantemente nascondono la maglietta da tifoso) sono stati zittiti. I tifosi possono dire e sperare quel che vogliono: non è un mistero che molti laziali abbiano tifato Inter pur di non veder diminuire la distanza tra la capolista e la seconda in classifica. Ma altrettanti laziali hanno continuato a tifare la propria squadra, e i boati della Nord al gol di Rocchi e alle traverse di Behrami e Dabo ne sono stati l'evidente dimostrazione.
Lazio-Inter poteva tranquillamente terminare con la vittoria dei biancocelesti: Mancini (concentratissimo sui millimetri del fuorigioco del gol di Rocchi e sul reclamato, presunto rigore su Rivas) attendeva il pareggio per lanciare in campo Suazo, invece di schierarlo appena guadagnato il vantaggio con Crespo e mentre la controfigura di Ibrahimovich continuava ad aggirarsi in campo. La scelta di Chivu vertice basso del rombo di centrocampo non sembrava, poi, delle più felici. Mancini dovrebbe essere più obiettivo: il rigore su Behrami era evidente, perché Chivu colpisce in pieno il piede del calciatore, che poi sposta la palla. E anche la punizione al limite dell'area, sempre ai danni del kosovaro. La verità è che l'Inter è sembrata una squadra sulle gambe, mentre la Lazio che nel primo tempo è apparsa molto imprecisa in fase di rifinitura, guadagnava fiducia e spazi nella ripresa e solo un po' di sfortuna impediva a Rocchi, Ledesma, Behrami e Dabo (tra i migliori in campo assieme a Radu e Ballotta) di andare a segno. I laziali hanno tutti dimostrato di aver giocato con una determinazione feroce: altro che 5 maggio! Certo, non è ancora la Lazio dello scorso anno, ma è una squadra che sta ritrovando morale e condizione sotto l'attenta guida di Delio Rossi.
Insomma, tanto tuonò che non piovve... Come invece sulla Lazio in questa settimana sono piovute indebite lezioni di moralità e di etica calcistica. Forse i soloni in doppiopetto, in conformità del proprio essere, confondono alcuni tifosi con i professionisti biancocelesti che scendono in campo. Etica che nella Lazio è invece una realtà: bene ha fatto il presidente Lotito oggi insieme a Behrami in Tv a Uno Mattina, a far notare come la Lazio inglobi al suo interno una vasta rappresentanza di calciatori balcanici: dal kosovaro Behrami al serbo Kolarov, dal macedone Pandev all'albanese Tare e al romeno Radu, tutti uniti da un grande sentimento di affettuosa amicizia e di fratellanza. Una bella immagine della società biancoceleste, non c'è dubbio.
Tornando al campionato, purtroppo il pareggio con l'Inter - come sottolineavamo nel precedente intervento - non ha molto significato: l'UEFA è sempre più lontana. Tuttavia la gara contro l'Inter ha lasciato intuire che con maggiore precisione in fase di rifinitura, la sfida in Coppa Italia resta aperta, considerando lo stato di forma degli avversari e la suggestione che i nerazzurri concentreranno le proprie energie per mantenere il primato in campionato fino all'ultima giornata.
L'augurio è che la prossima volta qualcuno ci pensi due volte prima di lanciare gratuite lezioni di etica e moralità nei confronti della Lazio. Non ne ha bisogno. La Lazio sta cambiando da alcuni anni certi perversi comportamenti nel mondo del calcio, è solo questione di tempo...
Alessandro Staiti
Da oggi, ne siamo certi, la Lazio tornerà ad occupare quella nicchia di comunicazione in cui è stata relegata dai mass media, soprattutto nella Capitale. Perché dopo Lazio-Inter di sabato scorso tutti i soloni in doppiopetto (sotto il quale elegantemente nascondono la maglietta da tifoso) sono stati zittiti. I tifosi possono dire e sperare quel che vogliono: non è un mistero che molti laziali abbiano tifato Inter pur di non veder diminuire la distanza tra la capolista e la seconda in classifica. Ma altrettanti laziali hanno continuato a tifare la propria squadra, e i boati della Nord al gol di Rocchi e alle traverse di Behrami e Dabo ne sono stati l'evidente dimostrazione.
Lazio-Inter poteva tranquillamente terminare con la vittoria dei biancocelesti: Mancini (concentratissimo sui millimetri del fuorigioco del gol di Rocchi e sul reclamato, presunto rigore su Rivas) attendeva il pareggio per lanciare in campo Suazo, invece di schierarlo appena guadagnato il vantaggio con Crespo e mentre la controfigura di Ibrahimovich continuava ad aggirarsi in campo. La scelta di Chivu vertice basso del rombo di centrocampo non sembrava, poi, delle più felici. Mancini dovrebbe essere più obiettivo: il rigore su Behrami era evidente, perché Chivu colpisce in pieno il piede del calciatore, che poi sposta la palla. E anche la punizione al limite dell'area, sempre ai danni del kosovaro. La verità è che l'Inter è sembrata una squadra sulle gambe, mentre la Lazio che nel primo tempo è apparsa molto imprecisa in fase di rifinitura, guadagnava fiducia e spazi nella ripresa e solo un po' di sfortuna impediva a Rocchi, Ledesma, Behrami e Dabo (tra i migliori in campo assieme a Radu e Ballotta) di andare a segno. I laziali hanno tutti dimostrato di aver giocato con una determinazione feroce: altro che 5 maggio! Certo, non è ancora la Lazio dello scorso anno, ma è una squadra che sta ritrovando morale e condizione sotto l'attenta guida di Delio Rossi.
Insomma, tanto tuonò che non piovve... Come invece sulla Lazio in questa settimana sono piovute indebite lezioni di moralità e di etica calcistica. Forse i soloni in doppiopetto, in conformità del proprio essere, confondono alcuni tifosi con i professionisti biancocelesti che scendono in campo. Etica che nella Lazio è invece una realtà: bene ha fatto il presidente Lotito oggi insieme a Behrami in Tv a Uno Mattina, a far notare come la Lazio inglobi al suo interno una vasta rappresentanza di calciatori balcanici: dal kosovaro Behrami al serbo Kolarov, dal macedone Pandev all'albanese Tare e al romeno Radu, tutti uniti da un grande sentimento di affettuosa amicizia e di fratellanza. Una bella immagine della società biancoceleste, non c'è dubbio.
Tornando al campionato, purtroppo il pareggio con l'Inter - come sottolineavamo nel precedente intervento - non ha molto significato: l'UEFA è sempre più lontana. Tuttavia la gara contro l'Inter ha lasciato intuire che con maggiore precisione in fase di rifinitura, la sfida in Coppa Italia resta aperta, considerando lo stato di forma degli avversari e la suggestione che i nerazzurri concentreranno le proprie energie per mantenere il primato in campionato fino all'ultima giornata.
L'augurio è che la prossima volta qualcuno ci pensi due volte prima di lanciare gratuite lezioni di etica e moralità nei confronti della Lazio. Non ne ha bisogno. La Lazio sta cambiando da alcuni anni certi perversi comportamenti nel mondo del calcio, è solo questione di tempo...
Alessandro Staiti
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